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DON MICHELE È TORNATO DA CUBA: LA SUA TESTIMONIANZA
Stare con queste persone è stata per me una scuola di vita.
 

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Ciao don Michele e ben tornato da parte della Caritas diocesana di Savona! Ti abbiamo chiesto alcune righe per comunicarci la tua esperienza vissuta in questi ultimi anni a Cuba. Grazie per questo scritto e buon lavoro come nuovo parroco di Quiliano. Invitiamo tutti a dare una lettura non solo veloce ma approfondita di questo testo. “Cuba, que linda es Cuba!”, Cuba, che bella è Cuba! Sono queste le parole di un canto che inneggia alla bellezza dell’isola caraibica, e se queste parole sono vere, io aggiungo “Cubani, che belli sono i cubani”. Dopo poco più di sette anni trascorsi nella nostra missione interdiocesana, posso dire che i cubani con i quali ho condiviso questo tempo, li ho tutti nel cuore.

     Gli ultimi quindici giorni in terra cubana, li ho passati incontrando tutte le comunità (sono 18) della mia parrocchia di Santo Domingo, e con semplicità, profonda amicizia e direi con fede ci siamo salutati con le tante persone che hanno fatto di questi sette anni un tempo speciale per il mio sacerdozio. Ringrazio il Signore per avermi donato questa missione che giorno dopo giorno ha cambiato la mia vita.

     Ancora una volta a fare la differenza sono state le persone, ho in mente tanti volti, tante situazioni, momenti di profonda gioia, altri di grande dolore, tutti contraddistinti da due realtà: la povertà e la dignità. È questa la ricchezza che ho trovato a Cuba, aiutare, ma soprattutto stare, rimanere con le persone è stata una scuola per me. Le povertà sono molte a Cuba, certamente quella materiale, ma più profondamente spiccano ancor di più altri tipi di povertà, come ad esempio quella della mancanza di opportunità per i giovani, della scarsa libertà di espressione, e un fattore ha caratterizzato gli ultimi decenni, cioè quello della “fuga” dall’isola per cercare un futuro differente, o semplicemente per ricongiungersi con i propri familiari emigrati, soprattutto negli Stati Uniti.

     Tante volte mi sono confrontato con un sacerdote salesiano che vive a Cuba da quasi cinquant’anni, padre Bruno, un santo sacerdote, gli ho sempre chiesto di aiutarmi a capire tanti “perché” di Cuba, ma lui non mi ha mai dato risposta su questo, solo mi ha sempre invitato a stare con la gente, a non cercare di capire, tanto meno di giudicare, ma rimanere… mi sembra di ascoltare le parole di Gesù, nel vangelo di Giovanni, quando invita i suoi discepoli a “rimanere” con Lui, nel suo amore e non a comprendere tutto ciò che dice e fa. E così non è facile rispondere alle tante persone che mi domandano sulla situazione di Cuba, su quello che succede e succederà, perché nonostante sia importante conoscere la situazione sociale, economica, politica, quello che porto nel cuore e che vorrei trasmettere rientrando a Savona è la bellezza di Cuba, delle sue persone e delle relazioni intrecciate in questi anni. Di fatto l’unico modo per i cubani per riuscire a “sopportare” le fatiche della sua società, della sua economia e della sua politica, è quello di rimanere uniti tra loro, e come dicono molti avere fede, sperando che “poco a poco” le cose cambino.

     La missione italiana, così la chiamano i cubani nella diocesi di Santa Clara, attualmente è portata avanti da due sacerdoti, don Piero Pigollo, della diocesi di Genova e don Claudio Arata, di Chiavari; rispettivamente parroco di Santo Domingo e di Manacas. La terza parrocchia di Esperanza, dove fino a pochi mesi fa era parroco don Piero, l’abbiamo lasciata e attualmente vi lavora padre Andy (sacerdote giovane cubano). Con il mio rientro in Italia, non viene meno la collaborazione della nostra diocesi con la missione cubana, ma attraverso il lavoro al centro missionario spero di poter continuare a servire la missione, i sacerdoti che operano direttamente a Cuba, contando sulla sensibilità delle nostre parrocchie e di tutti coloro che vorranno arricchire la loro vita conoscendo e aiutando gli amici cubani.

     Come dicevo, la situazione a Cuba è complessa, anche perché i pochi passi che si erano compiuti negli ultimi anni, in termini di relazione con gli Stati Uniti, in pochi mesi sono stati pressochè cancellati dalla politica di Trump, il quale praticamente ha chiuso l’Ambasciata del suo paese all’Havana, bloccando così le relazioni che si erano riallacciate da pochi anni. È inevitabile parlando di Cuba, fare riferimento agli Usa, però senza dimenticare che l’embargo che realmente condiziona la vita dei cubani è interno e non quello degli Stati Uniti (che comunque condiziona e non ha senso di esistere). Iniziavo queste righe con una frase di una canzone, concludo con un’altra che si intitola “Puente” (ponte), nella quale si parla delle famose novanta miglia che separano la costa cubana da quella Nordamericana, nelle quali bisognerebbe costruire un ponte perché i cugini possano correre e abbracciarsi come meritano e la ideologia non si intrometta più in ciò che non le importa, che la storia è lunga e la vita è corta.

     Chiedo a te che stai leggendo queste righe di pregare per il popolo cubano, questo è quello che mi hanno chiesto moltissime persone salutandomi, aggiungendo una richiesta che mi è stata fatta da tutti, che per me è facilissimo esaudire: “No te olvide de nosotros” (non ti dimenticare di noi); impossibile dimenticarmi di chi mi ha accolto calorosamente fin dal primo giorno, e che mi ha salutato dicendomi: sei arrivato italiano, te ne vai cubano. Gracias Cuba, que linda es Cuba y los cubanos!