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DON ADOLFO: I MIEI TRENT’ANNI DI CARITAS
Il saluto del nostro direttore. La condivisione di un’esperienza. I doni ricevuti.
 

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Dopo molti anni di servizio in Caritas e di direzione della stessa, don Adolfo passa il testimone ad Alessandro Barabino che da oggi come direttore prosegue il cammino intrapreso dalla Caritas come organismo pastorale all’interno della Comunità ecclesiale di Savona. Un grazie profondo e infinito a don Adolfo da parte di tutti i volontari, gli operatori e pensiamo anche da parte di tutti gli ospiti e utenti con i quali abbiamo condiviso momenti di profonda sofferenza e passaggi di vita caratterizzati da speranza e riscatto personale. Di seguito il saluto di don Adolfo.

     “Sono passati poco più di trent’anni da quando ho cominciato a fare servizio in Caritas: volontario, obiettore di coscienza, dipendente, formatore, direttore…

     Il criterio con cui guardare al cammino di questi anni non mi sembra debba essere quello della quantità (siamo cresciuti) o della qualità/efficienza (abbiamo fatto bene delle cose): in comunità obiettori eravamo sgangherati, poco organizzati e senza molti dei servizi che abbiamo oggi… eppure abbiamo condiviso un periodo importante nel quale, non solo il sottoscritto, ma diversi di noi hanno maturato scelte importanti per la propria vita. Mi sembra che abbia più senso dire che cosa ho ricevuto in questi anni.

    Quando da giovane ascoltavo il Vangelo “i poveri li avrete sempre con voi” (Gv 12,8) lo accoglievo come una profonda ingiustizia: penso ancora che lo sia. I poveri però mi hanno insegnato che esistono, ci sono, a ricordare la nostra ingiustizia sociale e il nostro sostituirsi a loro. Abbiamo fatto con loro e per loro mille progetti, percorsi, riabilitazioni, inclusioni, integrazioni, opere, coinvolgimenti… ma loro sono più grandi di tutto questo. Nei progetti infatti non ci stanno, li mandano all’aria; ciò che sembra normale e necessario per loro non lo è: allora cosa si fa? Si cerca di farli rientrare nel progetto, si irrigidiscono i confini, o al contrario si agisce con lassismo, ci si abbandona al fallimento? I poveri ci correggono, ci mettono alla prova, ci fanno capire davvero cosa significa mettere la persona al centro, anche quando loro stessi sono i primi a non metterla. Progettare con loro significa restituire identità e dignità a quella immagine di se stessi che la povertà sembra aver distrutto: solo così nasce un cammino di fiducia, altalenante di successi e fallimenti, dentro e fuori i nostri progetti.

     Un altro nodo importante di questi anni è stato riscoprire e ripensare nel tempo il mio ruolo di direttore: mi sembra che lo si possa essere solo se si vive in modo corresponsabile con tutti i collaboratori, siano essi volontari o professionisti. Lavorare insieme è una palestra notevole nella quale ci si allena a cambiare idea attraverso il confronto - anche serrato e appassionato - proveniente dal lavoro in équipe. In mezzo alle molte emergenze pressanti da diverse parti, alle continue richieste di aiuto non previste, ai tempi ristretti della progettazione e dell’accesso ai fondi per i poveri, fermarsi a riflettere, a confrontarsi, a maturare le scelte insieme (non da soli) penso che sia un tempo preziosissimo. La profezia – tanto invocata nei nostri ambienti ecclesiali – ha bisogno di maturazione e condivisione, di dare tempo allo scambio e alla valutazione, altrimenti si corre soli: si possono sfondare anche dei muri, ma poi si rischia di lasciare il vuoto.

     Ho sempre amato il progetto Caritas perché ha al cuore l’animazione delle comunità: non l’affermazione di se stessi o della propria istituzione, ma il lento maturare insieme, il favorire la presa in carico e la gioia di vivere il Vangelo dei poveri. Non essere un’associazione, un’impresa sociale, ma essere espressione della Chiesa che cerca di vivere la testimonianza della carità, ci ha liberato dei pesi dell’autoreferenzialità e ci ha messo a servizio di una realtà più grande: o almeno ci abbiamo provato! Penso che per tutti sia una gioia grandissima in un comunità, un gruppo, un insieme di famiglie o singoli, veder riannodare relazioni, legami, vedere che superare la paura lascia lo spazio per accogliere, conoscere, camminare insieme. Certamente fa piacere vedere un servizio che funziona, tetti sotto i quali dormire, pasti caldi a chi ha fame… la gioia di un povero che ritrova in una comunità, in altre persone la sua nuova famiglia, volti amici di cui fidarsi penso che – come dice una nota pubblicità – non abbia prezzo.

     Quando pensava la Caritas nel 1972 con Paolo VI, mons. Giovanni Nervo poneva due pilastri, che in questi anni non so se abbiamo sempre realizzato, ma che ci hanno comunque sempre messo in discussione: “dare voce a chi non ha voce” e “servire i poveri senza servirsi dei poveri”. Mi sembra che anche in questo ultimo importante lavoro di accoglienza dei migranti debbano essere due cardini sui quali far poggiare il nostro operare. Ringrazio davvero tutti i collaboratori per la pazienza di questi anni e per il cammino comune, per il bene condiviso che resta come nostro patrimonio. Sono contento di proseguire questo cammino, che per me continua ad avere il volto del ministero presbiterale nella Chiesa di Savona: del mio essere prete devo moltissimo a questa esperienza dalla quale ho più ricevuto che dato.

     Oggi la forza di questa esperienza di Caritas Savonese sta proprio nella preghiera, nel lavoro generoso ed entusiasta, nel credere da parte di tutti alla corresponsabilità e alla testimonianza della carità.

     Ad Alessandro, nuovo direttore, e a tutti i collaboratori di Caritas e Fondazione: buon cammino!”