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KHORAKHANÈ: UN TEATRO APERTO A SAVONA

Italiani e stranieri insieme. Piccoli e grandi. Incontrarsi e ampliare lo sguardo sulla vita.
 

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Durante questo inverno, e a tutt’oggi, la Diocesi di Savona attraverso la Caritas ha permesso che il progetto Khorakhanè–Savona Open Theater diventasse realtà, mettendo a disposizione la Sala “Cappa” della Città dei Papi. Il progetto nasce da un’idea di Sara Moretti che abbiamo intervistato, operatrice pedagogico-teatrale dell’associazione culturale Teatro 21 che utilizza il teatro sociale come strumento di empowerment, sia del singolo individuo che delle comunità. Temi affrontati: integrazione, razzismo. Performance finale “Ballad of colors dependency”: la prima sarà il 22 giugno a Finale Ligure alle 18.30 evento organizzato dallo SPRAR di Finale in collaborazione con il Comune, la seconda in piazza a Savona il 30 Giugno dalle Officine Solimano, come evento conclusivo del mese del rifugiato.

 

Che cos’è Khorakhanè-Savona Open Theater?

Dopo aver lavorato per due anni con un gruppo di ragazzi migranti ospitati dal CAS di Altare e aver realizzato con loro la performance “Senza Notizia”, ci siamo resi conto, come Teatro 21, che mancavano luoghi di incontro che permettessero alle persone di parlare, guardarsi negli occhi, fare conoscenza. Dopo ogni replica di “Senza Notizia” c’era come una festa, non organizzata nè prevista, piena di musica, danze e risate. Era necessario continuare a lavorare per soddisfare questa necessità, promossa dalla dimensione artistica, di poter conoscere l’altro e continuare un dialogo iniziato sul palco. Inoltre, i ragazzi usciti dal progetto, iniziavano a trovare sistemazioni in luoghi diversi e per continuare a vedersi serviva un posto centrale, facile da raggiungere e grande abbastanza per poter accogliere chi avesse avuto voglia di unirsi a noi.

Serviva un “Open Theater”, un luogo che permettesse un incontro non giudicante, gratuito, senza obbligo di frequenza, senza una direzione precisa, ateo e che lavorasse in accoglienza. Questo progetto è come una lunga panchina all’ombra con un panorama sorprendente. Non basta quindi un luogo per incontrarsi, c’è anche la necessità di ampliare lo sguardo e trovare bellezza. Serve del tempo, strumenti adeguati, punti di vista nuovi per guardare agli altri ma, soprattutto a se stessi, con speranza.

Quali sono stati i punti di forza e quali invece le problematiche che avete incontrato?

Ci siamo visti tutti i mercoledì sera da ottobre, la prima sera eravamo 43 persone, la seconda 50, mi ripetevo che era l’entusiasmo dell’inizio ma non siamo mai scesi sotto i 25 partecipanti. Ancora oggi continuano ad arrivare persone nuove, c’è chi viene solo una sera, chi solo per sistemare la sala e poi va via, c’è chi ha iniziato e non è mai mancato. Persone provenienti da ogni paese e di ogni età e ceto sociale, sicuramente il gruppo più mutevole ed eterogeneo che mi sia mai trovata a condurre. Se devo pensare ai punti di forza il primo che mi viene in mente è “la pausa”, l’idea era quella di creare una sorta di Agape, se posso permettermi. A metà di ogni incontro c’è una pausa, dove si mangia cibo e si beve portato un po’ da uno e po’ da un altro, dove chi vuole può mettere la propria musica e ballare, dove si parla liberi, dove si fonda il gruppo insomma. Un altro punto di forza è stato la scelta di cedere spesso le redine della conduzione a chi ne avesse voglia proponendo letture o balli. Ancora la dimensione rituale dell’inizio, idea nata con Marco Berta, attore e conduttore con me del laboratorio, quella cioè di separare nettamente il tempo del laboratorio da quello dell’arrivo, delle chiacchiere e dalle fatiche della giornata: ogni incontro inizia con una dimensione di cura del singolo che dopo esser stato “spolverato” in una sorta di massaggio viene fatto entrare nella sala per andare a costituire il cerchio che una volta chiuso segna l’inizio del lavoro di sala. Un aspetto che inizialmente non sapevo bene come gestire è stato quello dei bambini. Alcune mamme, hanno chiesto di portare, per questioni organizzative, i propri figli e questa cosa mi ha spiazzato, come poter inserire dei bambini in una dimensione lavorativa che toccava temi importanti come l’integrazione o il razzismo, come far lavorare tutti insieme? Certo non mi è passato mai per la mente di dire di no, se comincio a dire no a qualcuno che “open” è? Così il gruppo si è allargato e ha assunto una nuova dimensione, sicuramente più vera. Il lavorare tutti insieme ha richiesta ad ognuno di giocare il proprio ruolo alzandosi o abbassandosi per esser specchio o sostegno dell’altro. Difficoltà importanti non ci sono state anche se l’orario del laboratorio, che viene incontro a chi lavora mette in difficoltà soprattutto le ragazze straniere che hanno più problemi a muoversi la sera. Pensando al futuro sarebbe bello poter aumentare l’offerta, diversificare l’orario e raddoppiare gli incontri.

Quindi pensate di continuare? Sì! Pensiamo di continuare, non sappiamo ancora bene come però. Crediamo sia importante discutere bene di questa possibilità in primis con la Caritas, ma anche con le altre realtà che sul territorio si occupano di temi simili, con i CAS e gli SPRAR della provincia strutturando qualcosa che abbia una ricaduta maggiore sul territorio e sulla comunità. Non so cosa succederà in futuro, ora siamo concentrati sulla preparazione della performance finale “Ballad of colors dependency”, la prima sarà il 22 giugno a Finale Ligure alle 18.30 evento organizzato dallo SPRAR di Finale in collaborazione con il Comune con replica in serata di “Senza Notizia”. Saremo poi in piazza a Savona il 30 Giugno dalle Officine Solimano, come evento conclusivo del mese del rifugiato per la festa dei popoli (evento organizzato dalla Caritas insieme ad altre associazioni). Lo spettacolo sarà affiancato da una mostra fotografica, con cui condivide il titolo, realizzata con le splendide foto di Marcello Campora, amico e fotografo, che ha saputo silenziosamente catturare momenti importanti del lavoro insieme. Un grande grazie a tutti quelli che hanno permesso che Savona avesse un suo Open Theater.