Resp. Volontariato

Mirko Novati
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RAPPORTO 2017
sulla povertà

CARITAS ITALIANA

RAPPORTO 

IMMIGRAZIONE

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ALDO PIAZZA 2016

 

Ringraziamo Aldo per il suo scritto che ci è stato consegnato al termine di un’esperienza di volontariato in Caritas durata 10 anni. “Appena raggiunto il traguardo della pensione mi ritrovai, con mia grande sorpresa, a dover gestire del tempo libero, tempo gratuito raramente sperimentato in precedenza. Quid boni faciam? direbbe qualcuno, e a me fu suggerito di chiedere in Caritas….e scelsi di dare una mano al Laboratorio formativo di avviamento al lavoro ‘La cruna dell’ago’ a Vado Ligure. Dieci anni sembrano tanti, per chi legge, ma per me sono passati velocemente e sempre diversi. Dieci anni, ma l’impegno era per una mattinata alla settimana e quindi fate il conto voi.

Perché proprio il Laboratorio? Non sono il tipo da stare fermo o discutere per lungo tempo, a me piace il lavoro manuale, l’impegno per risolvere problemi pratici con le cose, curiosare nell’elettronica e nella meccanica, quindi il Laboratorio era indicatissimo. Semplice! ma la realtà è un’altra cosa: con le persone non si può usare il cacciavite, il martello, le pinze, si deve usare se stessi. Ci vuole del tempo per capire che, lavorando e operando insieme, ‘usare se stessi’ è per chi sta accanto e non per la precisione delle operazioni. Coloro che usufruiscono di questo servizio sono persone che cercano un recupero generale di sé, una capacità ritrovata di gestire il proprio tempo e una propria occupazione per sentirsi sereni con se stessi e utili alla società.

     Dopo il tirocinio a lavare, il mio compito era quello di ‘rompere’, non fraintendetemi, di smontare i pezzi per poterli poi lavorare e riassemblare. È importante compiere bene il lavoro, altrimenti si vanifica buona parte dei valori del servizio nel Laboratorio, ma è ancora più importante sentirsi “a casa”, lasciando le preoccupazioni e i problemi fuori dall'ingresso dei locali. Di queste cose si parlava fuori, durante la pausa caffè, all'aperto, prima di riprendere il lavoro, forse per non disturbare... Quanti problemi sono emersi, ma quanta dignità è presente in chi li espone! non una parola di troppo, non recriminazioni, nessuna voglia di essere compatiti, solo la ricerca di qualcuno che possa ascoltarli. E poi la felicità di un caffè o di un tè veramente condiviso, anche insieme a persone di passaggio, o di un pezzo di focaccia o di panettone: tutti uguali, compresi bicchieri, forma delle fette, cucchiaini e sigarette. Allora perché tante differenze? O meglio, perché tante diffidenze? Forse perché siamo abituati a pensare che ci sono ‘gli altri’, non ‘un noi’, che ci sono ‘uomini’, non ‘persone’. Al Laboratorio ho incontrato tante persone. Di una cosa solo mi rammarico: di non riuscire a ricordare i loro nomi, ma questo è un mio difetto, uguale per tutti. Ci sono state giornate in cui il cielo era buio, fuori e dentro, giorni di sole e di soddisfazione, giorni in cui bisognava esprimersi in un'altra lingua e giorni in cui bastava il dialetto, ma la pausa caffè non è mai mancata.

    Ora per vari motivi non posso continuare questa esperienza. Ringrazio tutti e principalmente Alessandro che mi ha sopportato agli inizi, quando le mie idee erano ancora vecchio stampo”.

 

LUISA MEZZANO 2008

Da circa due anni, svolgo un piccolo servizio presso la Mensa della Caritas; si tratta di un impegno settimanale che mi impegna ogni Mercoledì mattina per circa due ore durante le quali partecipo alla distribuzione di alimenti a nuclei familiari in difficoltà economiche.
Riassunta in così poche righe può sembrare un'esperienza  poco significativa, ma non è così! Il contatto con le persone che frequentano la mensa lascia ogni volta qualcosa che non si misura ma che, certamente, arricchisce.
I volontari sono una prima risorsa di questa realtà: ricchezza inestimabile, varia, divertente, complicata, variopinta, ma certamente indispensabile. Qui viene il bello! Ognuno di noi volontari, compresa me, porta nel sevizio  la propria personalità con pregi e difetti, a volte con una preparazione un po' improvvisata, seppure con una innegabile buona volontà. La pazienza profusa per organizzare e amalgamare queste personalità costituisce, certamente, una grande fatica per chi gestisce  il servizio. Fatica che si aggiunge alle difficoltà di  far fronte alle  richieste di accesso alla distribuzione di viveri,  ogni volta più numerose e pressanti.
Proprio in questo si manifesta la grande valenza del servizio di distribuzione viveri: nella possibilità di agevolare famiglie in difficoltà economica offrendo, insieme a generi alimentari, anche un contatto umano ed una piccola rete di solidarietà.
Le realtà di coloro che accedono al servizio sono le più molteplici e, forse, non sempre si riesce a cogliere fino in fondo, in un contatto così breve, quelle che sono le reali difficoltà giornaliere di ciascuno. Rimane comunque un momento di forte ascolto, anche delle piccole cose ,e ciò costituisce indubbia ricchezza anche per gli operatori.
Tante cose si potranno migliorare e tante, mi sembra di aver capito, sono già state migliorate. Punto fermo di questo servizio, a mio parere, rimarrà la possibilità di svolgere un servizio assolutamente pratico condito con una piccola componente di umanità.

Luisa Mezzano


GIOVANNA MANTELLASSI 2007

Dopo l'incontro di domenica 18 novembre 2007, la  riflessione di una partecipante sui 20 anni della Mensa di Fraternità.

Una mensa per i poveri.
Era l'autunno del 1987 quando un'adolescente sente parlare di questo progetto della Caritas Diocesana. In questa nuova proposta lei riversa tutti i suoi  più grandi sogni: non solo voler cambiare il mondo,  contribuire alla giustizia, non cadere nella banalità, ma anche costruirsi una vita originale, mettendo veramente in pratica tutti quei valori che, la sua famiglia prima e il gruppo parrocchiale poi, le avevano trasmesso. Si trattava di mettersi finalmente all'opera, con un servizio concreto, misurabile e ben organizzato. Strano passare del tempo in un luogo dove ci sono cibo,  profumi e gusti per una ragazzina che, forse per un'educazione un po' troppo rigorosa, non ha un palato tanto sensibile e reputa una perdita di tempo stare troppe ore dietro ai fornelli quando in un attimo i commensali  fanno sparire tutto; strano contribuire ad un'attività così "intima" come il dar da mangiare a degli individui che poi, in fondo in fondo, con la sua vita hanno ben poco in comune. Poi  la sua vita cambia o meglio lei si lascia cambiare dalla vita: inizialmente proprio da quegli strani ospiti della mensa che, a poco a poco, diventano persone "soltanto" un po' più sfortunate di lei, e poi anche dal folto numero di relazioni che stava intrecciando. Questo le permette di maturare e crescere sotto tanti punti di vista: dall'efficientismo passa al piacere di donare un po' della sua vita come semplice restituzione di un dono avuto gratuitamente. Quindi impara a non avere paura dei suoi limiti e a non doversi difendere da nessuno; impara a godere del buon cibo preparato con cura, non troppo raffinato ma cucinato per favorire la condivisione e la comunione, e allora il tempo dedicato alla preparazione del pasto diviene la trasformazione di alcuni ingredienti crudi in qualcosa che soddisfa oltre che l'appetito anche un desiderio di buono: consumare queste pietanze diviene partecipazione a questa trasformazione.
Arriva l'autunno 2007. Di quell'adolescente non c'è più nulla. Tutto le si è (mi si passi l'espressione forte) come "trasfigurato", perché nonostante il mondo vada avanti nell'ingiustizia e i poveri aumentino, questa quarantenne oggi, ha capito che è attraverso le singole, personali e piccole relazioni che si può vivere un'autentica "redenzione" dell'uomo anche se minima; forse la sua vita ora può sembrare banale ma è fatta di incontri umili e di contatti discreti nella vita dell'altro, rispettandolo. Non ci sono più i poveri da servire, ma semplicemente dei fratelli da accogliere e ascoltare  o ai quali chiedere aiuto in caso di bisogno. Allora la mensa diviene metafora di vita: lo spazio nel quale si cucina unendo più ingredienti, è il luogo nel quale anche noi possiamo  perderci  gli uni negli altri e ritrovare l'unità in Colui che si è "perso" donandosi completamente durante la sua ultima cena. Oggi  quell'adolescente è una donna che vorrebbe camminare con chi la vita le mette accanto, così da non aver bisogno di affannarsi per "scegliere" il povero da servire, perché lei stessa senza falsa modestia è povera. Solo così si  riescono a gustare i sapori così come li gusta chi ti sta accanto: solo così si riesce a offrire un cibo che possa essere accolto e "digerito" da chiunque si siede a tavola; ma soprattutto, per una ex ben pensante, l'operazione più difficile è l'accettare di aver bisogno di un invito, un invito a partecipare della vita di qualcuno che la logica, le buone abitudini e una certa morale non sceglierebbero mai.

Giovanna Mantellassi


GIACINTA FERRERO 2006

Sono un'insegnante di scuola elementare. Il mio volontariato in Caritas è iniziato anni fa, quando don Antonio Ferri ricopriva la carica di direttore. Avevo frequentato un percorso formativo per i volontari delle Caritas parrocchiali. In quel periodo avevo dedicato un po' del mio tempo all'interno di un gruppo di animatori che venivano chiamati e ospitati nelle parrocchie della diocesi per sensibilizzare i parrocchiani ai temi della carita'. C'è stata poi una sospensione del mio impegno in Caritas dovuta a difficoltà lavorative e familiari.
Da qualche anno mi sono resa di nuovo disponibile per dedicare agli altri un po' del mio tempo libero. Fino ad un mese fa facevo parte dell'equipe dell'Osservatorio delle risorse e delle povertà sotto la guida del responsabile Alessandro Barabino: inserivo in un archivio informatico i dati riguardanti gli utenti che si rivolgono alla Caritas per i più svariati problemi. Questo lavoro di inserimento dati permette alla fine di ogni anno solare una analisi quantitativa e qualitativa delle povertà passate dai nostri servizi. Il tempo che ho dedicato a questa attivita' era cosi' ripartito: un giorno alla settimana, al venerdi', per tre ore, dalle 9 alle 12.
Esaurito il mio compito informatico, mercoledi' 20 giugno, dalle 15 alle 18, in via Mistrangelo 1/1 bis, ho iniziato un nuovo servizio legato alla segreteria della Caritas diocesana e della Fondazione ComunitàServizi. Mi occupo del centralino e dell'accoglienza delle persone. Ogni mercoledì pomeriggio lo passerò qui.
A me pare che oggi, più che mai, il tempo di vita debba farsi tempo di carità affinchè ciascuno di noi riesca a progettarsi fuori da quel labirinto di disumanità che è facile costruirsi attorno.
Spesso la civiltà tecnologica ci sottrae la possibilità di guardare oltre e ci conduce all'abbandono di Dio e al non senso. Dedicandoci agli altri, impariamo ad ascoltarci. C'è in me la volontà di ricercare il tempo dell'anima e le sue dimensioni di vita. Il dedicare un po' del proprio tempo agli altri costituisce la traduzione all'esterno del sentire e del condividere. L'avvicinarsi agli altri diviene occasione di fare esperienze, diviene gesto, propone la condivisione.
Il mio volontariato trova stimolo e forza dalla mia fede. Quando sono a contatto con gli altri mi sento in sintonia con quei valori che a fatica tento di vivere quotidianamente. Coniugare disponibilità e fede per interrogare e interrogarsi, è una possibilità di guardare al reale valorizzando la dimensione religiosa dell'esperienza e dell'esistenza. Su questa linea, che privilegia il seguire un cammino di fede, si muovono prioritariamente le mie scelte nella convinzione che la disponibilità all'altro abbia per destino l'incontro con la vita di Gesù.
Giacinta Ferrero


BIANCA FILIPPI 2006

Sono una pensionata. La mia esperienza di volontariato in Caritas nasce molti anni fa presso la Mensa di Fraternità, quando ad ospitare la Mensa era la parrocchia di S. Giuseppe in Via Maciocio. Da subito ho trovato naturale condividere con mia figlia ciò che facevo, le persone con cui collaboravo e i volti incontrati. Successivamente ho coinvolto nel servizio non solo altri parenti ma anche alcuni buoni amici. Forse il mio tempo dedicato a chi vive in difficoltà non è molto, ma mi sento di dire che viene impiegato con buona volontà e umiltà ed è stimolo per vivere nuove esperienze. La prima cosa che salta agli occhi è che in Mensa arrivano molti volontari che come me dedicano un poco del loro tempo all'incontro con le persone in difficoltà. Questo poco tempo, sommato a quello di altri, fa sì che tutti i giorni si possa preparare una buona cena per chi ne ha bisogno e si possa creare un clima il più possibile familiare, dove ciascuno è accolto per quello che è. La cucina della Mensa è dotata di ogni attrezzatura, e per la mia non più verde età preferisco pulire, tagliare e tritare usando il vecchio coltello o la mezzaluna. Altre persone provvedono a servire i pasti, segnare sul registro le presenze, riordinare la cucina e ripulire i tavoli a fine servizio. Essendo in cucina, è raro che abbia a che fare con gli ospiti ma so che alcuni vogliono la pasta o il riso più cotti, altri necessitano di mangiare in bianco, altri non gradiscono il pesce. Allora con buona volontà cerco di accontentare un po' tutti. In fondo siamo lì per loro!
Oltre alla Mensa, ogni giovedì passo alcune ore presso gli uffici della Caritas di Via  Mistrangelo dedicandomi all'accoglienza di chi bussa alla porta. Al mattino opero nel Centro Ascolto Diocesano e al pomeriggio faccio da segretaria rispondendo al telefono ed accogliendo le persone. Qui ho trovato molte persone che chiedono aiuto, casi tristi e disperati. L'assistente sociale conosce bene queste persone e cerca di venire loro incontro ascoltandole, interpretando le diverse esigenze, verificando la possibilità di un aiuto e soprattutto coinvolgendo le persone stesse nel tentativo di una "rinascita". Inoltre pazienti collaboratori aiutano con perseveranza le persone che si rivolgono al Centro di Ascolto. Questa esperienza, che consiglio a tutti, è per me molto gradevole e pongo in essa buon umore e piacere, cercando di rendermi utile al prossimo secondo le mie possibilità.
Bianca Filippi


ANTONIO PICCARDO 2006

Come vivo il CdA.
E' più facile darne una definizione che provare a descrivere cosa vuol dire Centro di Ascolto Diocesano. Spontaneamente è facile definirlo "un cuore aperto al mondo"; io lo percepisco e lo vivo così incapace di stabilirne dei limiti e dei confini.
Adesso provo a descriverne alcuni aspetti e cosa succede in quegli uffici nel quotidiano, certo con i limiti della mia personale visibilità e conoscenza.
Sono le nove del mattino quando il portone del n° 1 di Via Mistrangelo si apre, non occorre citofonare, presentarsi, è sufficiente entrare ed ecco che in pochi istanti il salottino di attesa brulica di voci, si anima di persone di tutte le età, provenienze, colore. Visi noti ormai da anni, visi mai visti prima, tanti occhi che cercano di poter comunicare, esprimere la loro situazione, poter finalmente chiedere aiuto sapendo di poter confidare in chi li ascolta.
Si prova anche dopo anni  di esperienza una certa emozione quando ad uno ad uno si invita i nostri ospiti ad accomodarsi nei salottini riservati al colloquio, ricavati in piccoli spazi con semplicità e decoro dove non si ostenta nessuna immagine religiosa od altro, solo due sedie ed un tavolino.
E' sufficiente una rapida ed informale presentazione che ci si dimentica del proprio stato d'animo, dei problemi ricorrenti con cui ci si è svegliati o degli ultimi impegni assunti in famiglia; adesso non possono che essere il tuo cuore e la tua mente, sgombri da pregiudizi, i veri protagonisti di quel incontro.
Sei da subito consapevole che hai davanti una storia di vita da imparare a conoscere, non solo, anche da condividere lasciando ampio spazio a quell'unico strumento che diventa il principale attore: l'amore indiscriminato.
Sarebbe così facile cavarsela volendo "classificare" la persona che hai di fronte, sentirsi in pace perché siamo stati in grado di formulare un consiglio, magari avvalendosi di qualche formula già sperimentata… No, così non funziona, si recepisce immediatamente lo sconforto di chi ti ha aperto il cuore perché non ha trovato l'Accoglienza attesa che viene prima del reale bisogno.
E' vero, infatti, che con l'aiuto economico sembra che tutto diventi più facile, ma è altrettanto vero che in questo caso si è rimasti alla superficie del problema, non si sono esaminate le cause, ma soprattutto non siamo stati capaci di metterci in discussione fino al punto di entrare in relazione con il nostro ospite, non abbiamo comunicato amore, non abbiamo iniziato quel percorso che forse potrà col tempo essere la vera e radicale soluzione al suo problema.
L'emarginazione non è un problema di soldi, magari lo diventa; è sostanzialmente un problema di solitudine. Si sono chiuse le porte del lavoro, si è entrati in collisione con la propria famiglia, o forse quando eravamo ancora piccoli e bisognosi di cure ed affetto siamo stati abbandonati, una malattia che d'improvviso ci cambia le cose, l'abbandono a momentanei riempitivi del vuoto che ci perseguita come alcool o stupefacenti, una breve reclusione da ladro di galline senza il giusto avvocato, per non parlare degli ospiti di oltremare a cui si devono aggiungere come minimo la difficoltà della lingua, la lontananza dalle proprie radici culturali, dai sentimenti più cari.
E' difficile tentare di riassumere il disagio, l'emarginazione con esemplificazioni come le suddette. Occorrerebbe credere che una semplice elencazione e classificazione possano rappresentare uno strumento di lavoro per chi nel sociale svolge ruoli di responsabilità. Non è solo così, ed ecco perché il Centro di Ascolto Diocesano si pone come il cuore aperto sulla città e sul mondo.
Condividere ed amare, lasciare che la propria vita si mescoli con chi hai di fronte e solo allora si comincia ad esserci veramente. E' la gioia che ti esplode nel cuore che fa il resto, si è all'inizio di un nuovo percorso.

Come vivo la presenza degli operatori del CdA.
Sono chiamati a svolgere tutti i giorni l'attività di accoglienza succintamente sopradescritta e certo non considerando tutti gli aspetti gestionali che sono coinvolti.
E' certo necessaria una personale predisposizione, ma anche una notevole preparazione mirata all'aiuto rivolto a tutte le situazioni di emarginazione.- La "squadra" è ben rappresentata, infatti vi appartengono professionisti di chiara esperienza e formazione che hanno saputo farne una scelta di vita. D'altronde non può che essere così quando stipendio o carriera non sono le motivazioni della propria attività.
Sempre pronti a cercare una soluzione per tutti, confrontandosi con un budget di spesa irrisorio e comunque da mediare fra le sempre maggiori e pressanti richieste. Eppure chissà come, prima o dopo, una proposta si rende disponibile; chissà che non sia l'inizio di un percorso che allieva le sofferenze, lo stato di disagio.
Le soluzioni per offrire un pasto ben servito in un locale accogliente è sempre a portata di mano, così come un letto dove coricarsi dopo una bella doccia.
Ma questo è niente se consideriamo con quanto amore e partecipazione vengono per anni seguite persone e famiglie, visitate nelle proprie case, assistite nei bisogni primari. Ma soprattutto quanto amore è stato condiviso…..
Ho visto più volte i loro occhi bagnati di lacrime ….nonostante tanta professionalità ed esperienza.
Anche questo fa la differenza, soprattutto questo è ciò che occorre per non essere confusi con gli operatori del settore pubblico, perché è certo che dal CdA si attendono risposte più intime e partecipative.


Come vivo il mio essere volontario nel CdA.
Anche per il volontario la vita non è facile. Certo il cuore e la mente ben disposti sono importanti, ma pensare che improvvisarsi, usando il buon senso e la propria esperienza siano gli unici strumenti necessari, è profondamente sbagliato.
Ci vuole intanto una notevole dose di umiltà che non deve mai abbandonarci e soprattutto occorre partecipare ai corsi di Formazione che la Caritas organizza saltuariamente allo scopo.
Ho avuto la fortuna di godere dell'assistenza in questi miei primi anni di volontariato di operatori che con stile e discrezione mi hanno portato per mano, indirizzando la mia azione, pensiero e soprattutto facendomi scoprire grazie alla loro preparazione quegli aspetti del problema che non mi avrebbero mai sfiorato. Infatti è difficile immaginare quanti risvolti diversi, quante pieghe si celano in ogni incontro, di conseguenza occorre più volte scegliere un metodo per creare il corretto approccio al problema e quindi il percorso da fare con l'ospite.
In particolare la mia attività è anche rivolta a intervenire in qualità di mediatore culturale con il Centro per l'Impiego accompagnando i nostri ospiti, nel caso extracomunitari, ma non solo, presso tali uffici alla ricerca di un lavoro.
A volte lo chiamo il viaggio della speranza, quando da Savona ci si sposta a Legino…Quanto tempo per raccontare e farsi raccontare, a volte ci vuole così poco ad instaurare una relazione, ad ottenere fiducia per sentirsi una cosa sola alla ricerca di quel benedetto lavoro che ci aiuterebbe finalmente a risolvere le esigenze primarie.